L'Istria era italiana per una complessa sedimentazione storica, culturale e linguistica che affonda le sue radici nell'Impero Romano e si è consolidata durante i secoli di dominio della Repubblica di Venezia. Non si tratta di una semplice rivendicazione geopolitica novecentesca, bensì di un'identità vissuta, dove l'italiano e i suoi dialetti veneti erano la lingua della cultura, del commercio e della stragrande maggioranza della popolazione urbana. La geografia ha fatto il resto, stringendo questa penisola frastagliata in un abbraccio naturale con la vicina penisola italica, prima che i drammi del ventesimo secolo ne ridisegnassero violentemente i confini geopolitici ed etnici.

I numeri del mosaico istriano: demografia e dati storici

Per comprendere l'italianità dell'Istria occorre analizzare la fredda precisione dei censimenti storici, sebbene spesso manipolati dalle autorità dell'epoca. Nel 1910, l'ultimo censimento dell'Impero Austro-Ungarico registrava nella penisola circa 145.000 cittadini di lingua d'uso italiana, pari a quasi il 40% della popolazione totale, concentrati in modo schiacciante lungo le coste e nei centri urbani come Pola, Capodistria, Rovigno e Pirano. La componente slava (croati e sloveni) superava il 50%, ma era prevalentemente rurale e dispersa nell'entroterra. Questa polarizzazione città-campagna creava un dualismo sociale nettissimo. Dopo la prima guerra mondiale, con l'annessione al Regno d'Italia, i dati del 1921 confermarono questa forte presenza italiana, che toccava punte del 90% nelle storiche municipalità costiere. La vera cesura storica si consumò tuttavia tra il 1943 e il 1956: a seguito dei massacri delle foibe e della pressione del regime jugoslavo di Tito, si stima che tra i 250.000 e i 350.000 profughi giuliano-dalmati (la stragrande maggioranza della popolazione di lingua italiana) furono costretti all'esilio, lasciando l'Istria quasi completamente svuotata della sua componente storica originaria.