La vigliacca esitazione di don Abbondio
Quella notte, don Abbondio non chiuse occhio. Il pensiero di dover celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia lo tormentava, non per mancanza di buona volontà , ma per paura. Paura di scontentare chi contava, chi aveva il potere di rendergli la vita impossibile. Così, cercando di salvare capra e cavoli, escogitò una scusa fragile come il vetro.
“Aspettiamo un momento più opportuno”, disse con voce tremolante, rimandando la cerimonia. In realtà non c’era nessun vero impedimento. La verità ? Sapeva che il 12 novembre sarebbe iniziato il “tempo proibito” – quei due mesi di avvento in cui la Chiesa vieta i matrimoni. E allora, perché esporsi subito? Meglio guadagnare tempo, nascondersi dietro una regola liturgica, e sperare che nel frattempo i venti si calmassero.Don Abbondio, pur buon prete nell’animo, era troppo legato alla quiete del suo focolare per affrontare i forti del paese. E quella notte angosciosa, trascorsa a pregare e a sudare freddo, fu il segno della sua debolezza. Non era malvagio, no – ma la paura lo rendeva complice del sopruso.
Un uomo solo, senza armi se non la sua veste nera, si trovò schiacciato tra il dovere e la sopravvivenza. E così, con un pretesto e una bugia, rimandò il giorno in cui avrebbe dovuto dire sì alla giustizia, alla verità , all’amore. Ma il tempo, si sa, non ferma le ingiustizie – le alimenta.
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