La verità in studio legale

Quante volte, entrando nello studio di un avvocato, si è tentati di nascondere qualche particolare scomodo? Succede più spesso di quanto si pensi. Ma c’è una regola non scritta, anzi, meglio: una verità di buon senso. Chi mente al proprio legale, si condanna da solo.

C’è un vecchio modo di dire, quasi una massima da studio notarile: "Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice." Suona come un monito severo, e in effetti lo è. L’avvocato non è lì per giudicare, ma per difendere. E per farlo bene, ha bisogno di tutta la storia, con i suoi difetti, le ombre, le ammissioni difficili.

Immaginatelo come un confessore laico: a lui tocca ascoltare, poi intrecciare la narrazione in modo da proteggervi. Ma se parte del racconto è falso o incompleto, l’intero castello rischia di crollare. All’avvocato bisogna raccontare le cose chiare, senza filtri, “dall’a fino alla zeta”, come si diceva un tempo.

La differenza tra un’ottima difesa e un disastro processuale spesso sta proprio qui: nella sincerità del primo colloquio. Perché poi, in aula, saranno i fatti a parlare. E se la verità esce fuori, meglio se l’avevate detta voi per primi al vostro legale, e non il contrario.

In fondo, il diritto non assolve i bugiardi. Assolve chi sa presentare la realtà con coraggio. E chi ha il coraggio di dire tutto, all’inizio, ha già un vantaggio su chi spera di cavarsela con mezze verità.

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