La peste nei Promessi Sposi: morte e destino
Nel celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, la peste che colpisce Milano nel 1630 non è solo uno sfondo storico, ma un vero e proprio personaggio: silenzioso, implacabile, inevitabile. Tra le tante vite spezzate, alcune si stagliano con forza, portando con sé significati profondi.
Don Rodrigo, il temibile prepotente, muore in preda al terrore e al rimorso, isolato e abbandonato da tutti. La sua fine è tragica, quasi un giusto contrappasso per le sue colpe. Il Griso, suo complice crudele e spietato, perisce invece in modo squallido, dimenticato e irriconoscibile, come a sottolineare la bassezza della sua esistenza.
Al contrario, Padre Cristoforo muore con serenità e dignità, accudendo gli ammalati fino all’ultimo respiro. La sua scomparsa è descritta come santamente, quasi un martirio silenzioso. Manzoni lo celebra come esempio di carità e fede incrollabile.
Un caso singolare è quello di don Ferrante, il pedante convinto che la peste dipenda dalle "influenze astrali". Ancora immerso nei suoi libri e nelle sue teorie assurde, muore incredulo e attonito, senza comprendere il reale pericolo che lo ha travolto. La sua morte diventa quasi una critica al razionalismo ottuso, incapace di vedere oltre la propria superbia.
La peste, nel romanzo, non fa distinzioni: colpisce ricchi e poveri, colpevoli e innocenti. Ma Manzoni sa mostrare come il modo in cui si affronta la morte riveli il vero volto di ciascuno. E in quei momenti estremi, emerge il cuore dell’uomo: pieno di paure, di vizi, ma anche di coraggio e santità.
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