La peste in Italia: un viaggio letale dal Mar Nero

Nel 1347, una delle pagine più cupe della storia europea ebbe inizio con l’arrivo della peste nera in Italia. Fu un gruppo di marinai genovesi a portare involontariamente il morbo sulle coste del Mediterraneo. Stavano fuggendo dalla città di Caffa, in Crimea, assediata dai tartari. Le cronache dell’epoca raccontano che, durante l’assedio, i corpi dei malati furono addirittura lanciati oltre le mura come forma crudele di guerra biologica. I marinai, ignari del contagio che si era già impossessato delle loro navi, salparono verso casa.

Quando approdarono nei porti italiani – tra cui Genova e Venezia – portarono con sé la morte. In poche settimane, la malattia si diffuse come un incendio. Le città, fitte di popolazione e con scarse condizioni igieniche, crollarono sotto il peso della peste. Il tasso di mortalità fu devastante: si stima che in Europa morì tra un terzo e la metà della popolazione.

Ma la tragedia non finì qui. La peste non scomparve: diventò endemica in Europa. Ogni dieci o dodici anni, riemergeva con violenza, colpendo nuovamente le città già provate dal lutto. Questi cicli continuarono per almeno tre secoli, lasciando segni profondi nella società, nell’economia e nella cultura.

Il ruolo dei porti italiani, e in particolare dei mercanti genovesi, fu cruciale in questa diffusione. Legati a una fitta rete commerciale con l’Oriente, furono allo stesso tempo vittime e veicoli di un disastro che cambiò per sempre l’Europa. La peste non fu solo una malattia: fu un evento che trasformò il modo di vivere, di pensare, persino di morire.

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