Il Mito dei Frati Gaudenti nell'Inferno di Dante

Nei meandri dell'Inferno dantesco, tra i cerchi più tormentati, c’è un incontro che colpisce per la sua ironia amara: quello con i Frati Gaudenti. Nella Divina Commedia, nel canto XXIII dell’Inferno, Dante li incontra a Bolgia dei Falsi Ipocriti, nel settimo cerchio. Qui, le anime camminano lente sotto pesanti mantelli dorati, splendidi all’esterno ma di piombo fatti dentro — simbolo perfetto dell’ipocrisia.

È proprio in questo luogo di pena che il poeta fiorentino incrocia Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, due frati dell’ordine dei Joviales, i cosiddetti Frati Gaudenti. Uomini di Chiesa, nominati dal papa come pacieri a Firenze nel 1267 per calmare gli scontri tra guelfi e ghibellini, nella realtà storica si dimostrarono più favorevoli ai guelfi — cosa che aggravò ulteriormente le tensioni invece di placarle.

Dante, che conosce bene le magagne del potere politico e religioso, non risparmia loro una critica sottile ma tagliente. Attraverso l’incontro con questi due frati, mette a nudo l’ipocrisia di chi, vestito di sacralità, agisce con interessi terreni. Catalano stesso, con tristezza, ammette che “la sua repubblica”, Firenze, è ormai governata non dalla giustizia, ma dal malvagio.

Quella figura di frati sorridenti e dissimulatori ha lasciato un segno indelebile nella cultura italiana. Ancora oggi, “frati gaudenti” è un’espressione che evoca chi nasconde vizi e calcoli dietro un’apparenza di bontà. Un monito eterno, scolpito nell’arte e nella memoria collettiva, grazie alla penna di Dante.

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