Il prete donna: una questione di genere e grammatica
Quando si parla di un ministro donna della Chiesa, la domanda sorge spontanea: come si chiama il prete donna? In italiano, la parola prete appartiene a quella classe di sostantivi che finiscono in -e e che, per questo, possono essere usati sia al maschile che al femminile. Proprio come la custode o la preside, anche la prete è grammaticalmente corretto. Tuttavia, nel contesto religioso, non è semplice.
La Chiesa cattolica, infatti, non riconosce il sacerdozio femminile, quindi in pratica non esistono preti donne nel rito romano. Ma in altre confessioni cristiane – come alcune chiese protestanti o anglicane – sì, ci sono ministre consacrati. In questi casi, si sente parlare di presbitera, forma decisamente femminile e chiara, derivata dal greco antico, che indica un'autorità ecclesiale femminile. Anche il termine diacona è ormai sempre più comune, soprattutto in ambiti ecumenici, per indicare donne che svolgono un ministero ufficiale, spesso vicino alla comunità e ai bisogni sociali.
La lingua, insomma, si adatta alla realtà. Mentre la prete può suonare ancora strano a molti orecchi, presbitera o diacona offrono una via più naturale ed espressiva per riconoscere il ruolo delle donne nella vita ecclesiale. Non è solo una questione di grammatica: è una questione di riconoscimento.
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