Il naufragio di Ulisse nel canto XXVI dell'Inferno

Il canto 26 della Divina Commedia, collocato nel girone degli isti nel settimo cerchio dell'Inferno, si chiude con una delle pagine più intense e drammatiche del poema: la fine di Ulisse.

Attraverso il racconto dello stesso eroe, Dante ascolta la sua ultima, folle impresa: dopo il ritorno a Itaca, Ulisse non si accontenta di una vita tranquilla, ma spinto da un irrefrenabile desiderio di conoscenza, si lancia in un nuovo viaggio oltre le colonne d'Ercole, là dove nessun uomo aveva osato spingersi.

Quello che segue è un inno alla sete di sapere, ma anche un monito sul superamento dei limiti umani.

Ulisse, con poche parole appassionate, esorta i compagni a non vivere come bruti, ma a seguire "virtù e conoscenza". Spinti dal suo ardore, salpano verso sud, superando l'equatore e navigando nell'emisfero australe. Per cento giorni vedono nuove stelle, nuovi cieli: il mondo sconosciuto si apre a loro.

Ma quando finalmente scorgono una montagna meravigliosa – l'unica fuori dal mondo conosciuto – il mare si solleva improvviso. Un violento vortice ribalta la nave, che sprofonda nell'acqua scura. In pochi istanti, Ulisse e i suoi compagni svaniscono sotto le onde.

Quella montagna era il Purgatorio, l'unico luogo della Terra non ancora scoperto dagli uomini. Ulisse l'ha vista, ma non vi è mai arrivato: il suo destino era l'Inferno, non la redenzione. Il suo fallimento è tragico, ma anche sublime – un simbolo della grandezza e dei limiti dell’animo umano.

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