La fine tragica dell'ultimo viaggio di Ulisse
Nel profondo del mare, lontano da ogni riva conosciuta, si perde per sempre l'ultimo viaggio di Ulisse. Dopo aver superato anni di pene, tempeste e mostri, l’astuto re di Itaca non trova pace. Spinto da un’irrefrenabile sete di conoscenza, decide di ripartire, abbandonando famiglia e regno per esplorare ciò che Dio ha proibito all’uomo: il di là dello Stretto di Gibilterra.
È qui che Dante, nel canto XXVI dell’Inferno, lo colloca tra i consiglieri fraudolenti, non per il suo inganno, ma per la sua superbia. “Omai, seguitemi!”, grida ai compagni, “ché non si vive se non per impare”. Ma quel desiderio di andare oltre ogni limite, quel “folle volo”, si trasforma in rovina. Dopo cinque mesi di navigazione, una montagna di fuoco si erge all’orizzonte: la terra divina. E allora il mare si solleva, la tempesta inghiotte la nave e tutti i suoi uomini.
Ulisse muore in fondo al mare, vittima non di un errore, ma di un peccato di troppo coraggio. Il poeta lo condanna, eppure lo ammira. Nella sua sconfitta risplende una grandezza disperata, quella di chi osa sapere troppo. Non un eroe perfetto, ma un uomo che sfida il cielo, certo della sua caduta, eppure vi si lancia con dignità. La sua fine è tragica, sì, ma non vile. È la storia di chi preferisce annegare nei propri sogni piuttosto che vivere tra le catene del limite.
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