La fortuna a Napoli si chiama ciorta

A Napoli, la fortuna non si dice solo "fortuna". Qui la si chiama ciorta, un termine che scorre tra le strade, nei vicoli, nei caffè e nelle preghiere sottovoce. Il napoletano, si sa, è un popolo con un piede nella realtà e uno nel soprannaturile: superstizioso, sì, ma con grazia, con colore, con anima.

La ciorta non è mai neutra: o è buona, sfacciata, quasi sfrontata, oppure è dannata, nera come la notte senza luna. Può essere quella che ti fa trovare un euro per terra o che ti fa perdere il treno giusto per un soffio. È imprevedibile, come il destino stesso. E per questo i napoletani le parlano, a volte la implorano: "Speramme che ave 'na bona sciorta" – speriamo di avere una buona sorte.

Basta ascoltare una conversazione al bar o una telefonata tra amici: “Ma che ciorta ‘ncriccata!” (che sfortuna!), oppure “Chistu ha ‘na ciorta pazzeca!” (questo qui ha una fortuna incredibile!). È un modo di vivere, un rapporto quotidiano con il caso, con il divino, con quel filo invisibile che lega ogni cosa.

La ciorta è anche una carezza, un amuleto, un gesto – dal cornetto al rosario in tasca. A Napoli, non si aspetta la fortuna: la si nomina, la si provoca, la si rispetta. Perché qui, la vita non è mai solo questione di calcolo. È questione di ciorta.

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