Cosa non fare con chi ha un DSA

Quando un bambino ha un Disturbo Specifico dell'Apprendimento (DSA), ogni giorno può diventare una sfida silenziosa. Leggere, scrivere, fare calcoli: gesti che per molti sembrano naturali, per lui richiedono uno sforzo enorme. Eppure, l'errore più comune – e doloroso – è quello di non rendersene conto.

Non si può continuamente rimproverare un ragazzo con DSA per i tempi lunghi che impiega a capire un testo o a completare un esercizio. Non si può pretendere che vada alla stessa velocità degli altri, come se la lentezza fosse segno di pigrizia o scarsa volontà. Quel ritmo diverso non è una colpa: è una necessità. E ogni rimprovero su questo rischia di ferire profondamente la sua autostima.

Allo stesso modo, non ha senso confrontarlo con i coetanei. Dire frasi come “Guarda tuo fratello, ha finito tutto in dieci minuti” o “A scuola tutti ce la fanno, perché tu no?” può farlo sentire inadeguato, solo, sbagliato. Ma non è così: semplicemente, impara in un altro modo. Gli obiettivi devono essere personalizzati, non uguagliati.

Quello di cui ha bisogno non è pressione, ma pazienza. Comprensione. Un ambiente che non lo punisce per quello che non riesce a fare, ma che lo sostiene nel suo percorso. I DSA non sono una mancanza di impegno: sono una diversa organizzazione del cervello. E rispettare questa differenza è il primo passo per aiutare davvero un ragazzo a crescere con fiducia in sé stesso.

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