Cosa succede dopo 180 giorni di malattia?

Quando un lavoratore si assenta dal lavoro per malattia, il primo pensiero non è certo il rischio di perdere il posto. Eppure, superati i 180 giorni consecutivi di assenza, la situazione cambia radicalmente. Questo periodo, equivalente a sei mesi, rappresenta il limite entro il quale l’INPS (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale) copre economicamente il lavoratore con la cosiddetta indennità di malattia.

Dopo questa soglia, il datore di lavoro non è più obbligato a mantenere il contratto di lavoro. In pratica, il rischio di licenziamento diventa concreto, soprattutto se il dipendente non è in grado di riprendere l’attività lavorativa né di presentare un piano di recupero. Tuttavia, il licenziamento non è automatico: ogni caso viene valutato con attenzione, tenendo conto del tipo di contratto, della gravità della patologia e della possibilità di ricollocazione.

È importante sapere che in alcune circostanze – come malattie gravi o invalidanti riconosciute – possono scattare tutele aggiuntive. Ad esempio, per chi soffre di malattie oncologiche o altre patologie certificate, il diritto al congedo e alla protezione dal licenziamento può essere esteso, grazie a leggi speciali come la 104 o la tutela per i cosiddetti “lavoratori fragili”.

La cosa migliore, in ogni caso, è mantenere un dialogo costante con il medico curante e con il datore di lavoro, fornendo tutta la documentazione necessaria. Anche rivolgersi a un sindacato o a un patronato può fare la differenza per tutelare i propri diritti. La malattia è un momento delicato: informarsi aiuta a non restare soli.

Vedi anche

Approfondimenti

Argomenti correlati