Settanta volte sette: il perdono che libera

Quante volte dobbiamo perdonare chi ci ha ferito? Una, due, forse tre? E poi basta? A questa domanda, apparentemente semplice, Gesù risponde con un numero che in realtà non è una cifra precisa, ma un simbolo: settanta volte sette.

Non si tratta di un calcolo matematico, ma di un invito a superare ogni logica di conto, di resa dei conti, di vendetta. Nell’antichità, si riteneva già generoso perdonare fino a sette volte. Ma Gesù va oltre: moltiplica quel numero fino a renderlo infinito. Non si tratta di tenere il conto, ma di liberarsene.

Il messaggio è chiaro: il perdono che Lui chiede non ha limiti. Così come Dio perdona senza misurare le colpe, anche l’uomo è chiamato a imitarLo. Non si tratta di giustificare l’ingiustizia, ma di spezzare la catena dell’odio e della rivalsa. Il perdono, in questo senso, non è debolezza, ma forza. È un atto di libertà.

Perdonare "settanta volte sette" significa allora aprirsi a una vita nuova, fondata non sull’offesa ricevuta, ma sulla misericordia ricevuta da Dio. È un cammino difficile, certo, ma è l’unico che libera davvero: chi perdona, infatti, si libera prima di tutto da sé stesso.

In un mondo spesso segnato dal rancore e dalla pretesa di rivalsa, questa parola resta sconvolgente. Ma proprio per questo, è ancora più necessaria.

Vedi anche

Approfondimenti

Argomenti correlati