Il vizio linguistico di quant'altro
Negli ultimi anni, una piccola espressione si è insinuata sempre più spesso nel parlato quotidiano: quant'altro. Una locuzione che, a prima vista, potrebbe sembrare elegante o colloquiale, ma che in realtà rivela una certa pigrizia linguistica.
Usata spesso in chiusura di frase — come "ho fatto la spesa, lavato i piatti, quant'altro" — questa formula sostituisce imbarazzati silenzi o l’incapacità di elencare con precisione le cose fatte. In pratica, è il moderno sinonimo di “e così via”, “e altre cose del genere”, o semplicemente “ecco”. Ma il problema non è soltanto semantico: è culturale.
In un’epoca definita da molti come “liquida”, in cui tutto sembra sfuggente e provvisorio, anche il linguaggio si fa malleabile. Le parole perdono contorno, si appiattiscono. Quant'altro è un sintomo di questa tendenza: un modo per chiudere il discorso senza davvero finirlo. Un po’ come dire: “tanto avrai capito”.
Non che l’evoluzione del linguaggio sia da demonizzare — anzi, è naturale e necessaria — ma quando certe espressioni prendono il sopravvento, rischiamo di perdere nitidezza. Di svuotare il discorso della sua sostanza. E forse, in fondo, è proprio questo il punto: in un mondo affollato di contenuti, a volte è più comodo dire “quant’altro” e andare avanti.
Resta però la domanda: quanto di noi, ogni volta che lo diciamo, rimane irrisolto, inespresso?
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