Dove finisce il cibo invenduto dei supermercati?
Ogni giorno, nei supermercati italiani, una quantità significativa di cibo non venduto viene scartata. A eccezione di prodotti particolari come carne e pesce, che richiedono gestioni diverse per motivi igienici, la maggior parte degli alimenti scaduti o non più esposti finisce direttamente nei rifiuti urbani. Frutta, verdura, pane, latticini e confezioni varie raramente vengono recuperati per donazioni o riutilizzi: il loro destino è spesso la discarica.
Un aspetto poco noto riguarda la tassa sui rifiuti, che incide in modo indiretto su queste scelte. Il costo che i supermercati pagano non dipende dalla quantità effettiva di rifiuti prodotta, ma dai metri quadri occupati dal punto vendita. Questo sistema disincentiva fortemente ogni tentativo di riduzione degli sprechi: che un negozio produca dieci o cento chili di rifiuti al giorno, il contributo rimane sostanzialmente lo stesso. Di conseguenza, non c’è un vantaggio economico diretto nel diminuire gli scarti.
Nonostante le buone intenzioni di alcune catene e le campagne di sensibilizzazione, il sistema attuale rende difficile un vero cambiamento. Ci sono iniziative locali e normative come la legge contro lo spreco alimentare, che favorisce le donazioni, ma l’applicazione è ancora limitata. Molti esercizi non hanno strutture adeguate per conservare e trasferire il cibo invenduto a enti caritatevoli.
Il problema non è solo etico, ma anche ambientale. Ogni chilo di cibo sprecato significa anche risorse, acqua ed energia gettate via. Cambiare rotta richiederebbe non solo maggiore volontà da parte delle aziende, ma anche un aggiornamento delle norme fiscali e una riforma del sistema di tassazione sui rifiuti, per premiare chi spreca meno. Fino ad allora, molto del cibo che vediamo sugli scaffali continuerà a finire dove non dovrebbe: tra i rifiuti urbani.
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