La leggenda del "mangia gatti" nel Vicentino
Nel panorama culinario italiano, certe leggende resistono al tempo più delle ricette stesse. Una di queste riguarda il presunto consumo di carne di gatto in alcune zone del Veneto, in particolare tra i vicentini. Oggi, ovviamente, nessuno in Italia mangia gatti: sono storie nate più dal pregiudizio e dalla fantasia che dalla realtà.
La fama di “mangia gatti” attribuita ai vicentini affonda le radici in un episodio storico drammatico. Nel 1509, Padova e i suoi dintorni furono devastati dalle truppe della Lega di Cambrai, una coalizione formata per contrastare l’espansione della Serenissima. L’assedio portò carestia e distruzione, e si racconta che, in assenza di cibo, la popolazione dovette ricorrere a soluzioni estreme.
Da qui nacque la diceria: i vicentini, per sopravvivere, avrebbero addirittura mangiato i gatti. Ma non esistono prove concrete di un consumo diffuso di carne felina. Piuttosto, si trattò di una battuta di rivalsa da parte dei vicini, che si tramandò per secoli, trasformandosi in stereotipo.
La verità è che la cucina veneta è ricca di piatti tradizionali come il baccalà alla vicentina, il risi e bisi o le fritole pasquali — niente a che vedere con gatti. Oggi, l’aneddoto sopravvive solo nei racconti scherzosi tra amici o nei locali che espongono con ironia la scritta “proibito portare via il gatto del bar”.
Insomma, se visiti il Vicentino, gustati un bel piatto di bigoli all’anatra o un morbin, ma non temere per il tuo felino: nessuno qui ha intenzione di cucinarlo.
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