Perché si dice "avvocata" e non "avvocatessa"?
Capita spesso di sentire termini come “avvocatessa” o “dottoretta”, ma in realtà queste forme nascondono un errore linguistico che, più che sembrare educato, rischia di risultare offensivo. La parola corretta è avvocata, al femminile di “avvocato”, proprio come si dice “medica”, “ingegnera” o “giornalista”.
Il motivo è semplice: nella lingua italiana, l’uso del suffisso “-essa” applicato a nomi che al maschile non terminano per “e” ha una connotazione dispregiativa. Pensiamo a parole come “poetessa”, “sirena” o “artigiana” – alcune ormai accettate – ma se esteso a termini come “avvocatessa” o “giudicessa”, l’effetto è fuori luogo. Questo perché “-essa” ricorda troppo da vicino espressioni denigratorie, spesso usate per sminuire il ruolo delle donne in ambito professionale.
Un tempo, molte professioni femminili venivano “diminuite” o rese derisorie con questo suffisso, come se la donna fosse una versione minore dell’uomo. Oggi, la lingua sta evolvendo verso una maggiore correttezza e rispetto. Dire “avvocata”, “presidenta” o “ministra” non è solo grammaticalmente corretto: è un atto di riconoscimento della parità.
La lingua non è neutra: modelliamo le parole e loro modellano il nostro modo di pensare. Usare forme rispettose e coerenti con la grammatica italiana è un piccolo passo, ma significativo, verso una società più equa. E allora sì: benvenuta avvocata, non avvocatessa.
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