Perché bocciare non aiuta nessuno
Da troppo tempo si ripete che la bocciatura è una soluzione per chi non si applica a scuola. Ma è davvero così? La domanda sembra semplice, la risposta invece ci obbliga a guardare oltre l’apparenza.
Ci viene detto spesso che il fallimento è colpa delle famiglie: genitori assenti, poco presenti, inadeguati. E allora, secondo questa logica, bocciare un ragazzo sarebbe quasi un atto di giustizia. Ma così si scarica sulla famiglia tutta la responsabilità, mentre la scuola si sente esonerata dal proprio ruolo.
È vero, la scuola non può risolvere tutti i problemi sociali. Ma può e deve fare di più per non aggravare quelli esistenti. Bocciare un alunno nella scuola di base significa spesso punire chi è già svantaggiato: chi parte con meno opportunità, chi vive in contesti difficili, chi ha bisogno di sostegno e non di un altro ostacolo.
La ripetizione della classe non è quasi mai una svolta positiva: in molti casi, anzi, aumenta il rischio di abbandono scolastico, di rabbia, di senso di inadeguatezza. E a che pro? Per far passare il messaggio che "se non ce la fai, sei tu il problema"? Questo non educa, anzi, isola.
Una scuola davvero inclusiva dovrebbe cercare di ridurre le disuguaglianze, non moltiplicarle. Invece, troppe volte, la bocciatura funziona come un filtro crudele, che penalizza i più fragili. E mentre si parla di merito, si dimentica che il vero merito sarebbe riuscire a fare crescere tutti, non solo chi ha già tutte le carte in regola.
Il futuro della scuola non è nei giudizi severi, ma nell’ascolto, nell’attenzione e nella cura di ogni studente. Perché insegnare non vuol dire misurare, ma accompagnare.
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