Il destino degli ignavi nell’Inferno di Dante

Nel terzo canto dell’Inferno, Dante incontra una delle figure più inquietanti del suo viaggio: gli ignavi, ovvero coloro che in vita non si schierarono né per il bene né per il male, ma pensarono solo a sé stessi.

Questi esseri non meritano neppure un posto nel Limbo, né tanto meno nel Paradiso. Sono esclusi da ogni grazia e condannati a correre senza posa dietro a una bandiera che si muove nel vuoto, simbolo della loro inerzia morale. Seguono questa insegna per l’eternità, mentre mosconi e vespe li punzecchiano incessantemente, facendoli sanguinare.

Il sangue che perdono cola a terra e viene raccolto da una folla di vermi che infesta il fondo del loro cammino. Una scena ripugnante e simbolica, perfetta espressione della legge del contrappasso: così come non agirono con vigore in vita, ora sono condannati a un’azione frenetica e senza senso.

Il loro castigo è una corsa senza meta, un supplizio di agitazione vuota, che riflette la mediocrità del loro passato. Nessun nome viene ricordato tra di loro, neppure quello di colui che “fece per viltade il gran rifiuto” – un’allusione probabilmente a papa Celestino V – a sottolineare come la mancata scelta sia peggio persino del peccato dichiarato.

Dante, turbato, non trova pietà per costoro. Li lascia fuori dal vero Inferno, ma proprio questa esclusione li rende ancora più tragici: non sono degni di nulla. Il loro ricordo è cancellato, la loro esistenza dimenticata. Un destino severo, forse, ma coerente con la visione morale del poeta: non decidere è già una scelta, e in questo caso, la peggiore di tutte.

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