Quanto tempo ci vuole per morire di infarto?

Un infarto non è mai una condizione da prendere sottogamba. In alcuni casi, le conseguenze possono essere rapidissime e drammatiche. Una delle complicanze più gravi è la rottura del cuore, un evento che, sebbene non frequentissimo, si verifica all'incirca in un caso su dieci tra i pazienti colpiti da infarto.

Questa rottura non va intesa in senso metaforico: si tratta di una lacerazione reale delle strutture cardiache, come le pareti del ventricolo o alcune valvole. Il tessuto cardiaco, indebolito dall’assenza di ossigeno durante l’infarto, diventa fragile e fragile al punto da non reggere più la pressione. Quando avviene la rottura, il cuore perde la sua funzionalità in pochissimo tempo.

Il decorso è spesso fulmineo. Chi sviluppa questa complicazione di solito non sopravvive oltre i cinque giorni dal momento dell’infarto. In molti casi, la morte sopraggiunge ancora prima dell’arrivo in ospedale. Per questo è fondamentale riconoscere i sintomi dell’infarto – dolore al petto, nausea, sudorazione improvvisa, senso di oppressione – e agire immediatamente.

La prevenzione resta la chiave migliore: controllare la pressione, evitare il fumo, seguire una dieta sana e fare attività fisica regolare può ridurre drasticamente il rischio. Ma soprattutto, non sottovalutare mai un dolore al petto. Ogni minuto in più di attesa può essere fatale.

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