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Un solo secchio di letame rovesciato sulla testa di un console in carica fu il punto di non ritorno. Nel 59 avanti Cristo, la Repubblica Romana crollò concettualmente sotto l'impeto irrefrenabile di Giulio Cesare, il quale trasformò la massima carica statale in una dittatura di fatto a dispetto di ogni prassi costituzionale. Attraverso l'accordo segreto del Primo Triumvirato, Cesare scavalcò il Senato, zittì il collega Bibulo con la forza e promulgò leggi rivoluzionarie che smantellarono secoli di tradizione repubblicana.
L'ombra del Primo Triumvirato e il declino delle istituzioni repubblicane
Per comprendere appieno la portata devastante degli avvenimenti del 59 avanti Cristo, occorre arretrare di qualche mese, quando tre uomini dalle ambizioni smisurate saldarono un'alleanza privata destinata a travolgere lo Stato. Roma era soffocata da uno stallo politico cronico: il Senato, dominato dalla fazione conservatrice degli Ottimati, bloccava pervicacemente le richieste dei generali e dei finanzieri. Gneo Pompeo necessitava dell'approvazione formale per la riorganizzazione dei territori orientali e delle terre da assegnare ai suoi veterani a riposo. Marco Licinio Crasso, l'uomo più ricco di Roma, premeva per un alleggerimento dei contratti d'appalto delle imposte nelle province asiatiche per favorire i suoi alleati cavalieri. Giulio Cesare, carismatico e abilissimo estratega politico ma coperto di debiti, bramava il consolato e un successivo comando militare di rilievo per rilanciare le sue fortune. L'accordo privato, stretto nell'ombra dell'anno precedente, unì le truppe e l'aura di Pompeo, la ricchezza sconfinata di Crasso e l'incomparabile fiuto politico di Cesare. Quando Cesare assunse il consolato il primo gennaio del 59 avanti Cristo, l'oligarchia senatoria si illudeva ancora di poterlo imbrigliare affiancandogli il rigido e reazionario Marco Calpurnio Bibulo. Fu un calcolo tragicamente errato: le istituzioni romane, ormai ossificate, stavano per essere travolte da una forza eversiva priva di precedenti storici.
La strategia sovversiva di Cesare: smantellare le prassi costituzionali passo dopo passo
L'azione politica di Cesare nel 59 avanti Cristo non fu un'esplosione caotica di violenza, bensì un piano di scardinamento sistematico e metodico delle consuetudini repubblicane. Inizialmente, il neo-console cercò la via della concertazione, presentando al Senato una legge agraria formulata con estrema moderazione. Di fronte al blocco ostruzionistico e intransigente guidato da Catone il Giovane e dal console Bibulo, Cesare cambiò drasticamente registro. Il primo passo fu il traumatico scavalcamento dell'assemblea senatoria: Cesare portò la proposta di legge direttamente davanti ai Comizi Tributi, la piazza popolare, ignorando del tutto il parere del Senato. Il secondo passo consistette nell'uso brutale della forza della piazza: Pompeo riempì il Foro di veterani armati per intimidire la fazione conservatrice e bloccare ogni tentativo di veto. Quando Bibulo provò a opporsi proclamando che i presagi religiosi erano sfavorevoli — procedura tradizionale per sospendere qualsiasi assemblea — venne aggredito fisicamente nel Foro, deriso e sommerso da un secchio di sterco versato sulla sua testa dagli adulatori di Cesare. Umiliato e terrorizzato per la propria incolumità, Bibulo si rifugiò nella propria dimora per il resto dell'anno, limitandosi a lanciare editti di condanna che Cesare ignorò del tutto. Il terzo e definitivo passaggio fu la creazione dei cosiddetti Acta Diurna, una sorta di gazzetta ufficiale affissa nel Foro che rendeva pubbliche e trasparenti le sedute del Senato e del popolo, impedendo all'aristocrazia senatoria di manovrare nel buio dei loro palazzi.
Il caso della Lex Julia Agraria: quando la piazza vinse sul Senato
Il caso emblematico dell'operato di Cesare nel 59 avanti Cristo fu la promulgazione della Lex Julia Agraria, la misura che spaventò a morte la nobiltà romana. La legge prevedeva la distribuzione delle terre pubbliche in Campania a ventimila cittadini romani indigenti e ai veterani che avevano combattuto vittoriosamente sotto le insegne di Pompeo. Per evitare accuse di confisca tirannica, Cesare stabilì che i terreni privati venissero acquistati a prezzi di mercato stimati dalle dichiarazioni dei redditi ufficiali, finanziando il tutto con i bottini di guerra che Pompeo aveva portato dall'Oriente. Ciononostante, il Senato ravvisò nella legge una mossa demagogica per ingraziarsi la plebe e spezzare l'equilibrio di potere. Durante la convulsa votazione nei Comizi, mentre la folla acclamava le proposte, i tribuni della plebe contrari vennero cacciati a forza dalla tribuna, mentre Catone venne letteralmente trascinato via dai littori di Cesare per aver tentato un discorso di ostruzionismo senza fine. La legge passò senza alcuna ratifica senatoria. I romani ribattezzarono sarcasticamente quell'anno non come il consolato di Cesare e Bibulo, ma come il consolato di Giulio e Cesare, sancendo la fine dell'autorità parlamentare e l'inizio dell'era dei tiranni repubblicani.
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