Che fine facevano gli untori?
Nel Cinquecento e nel Seicento, in Europa, la peste era una presenza spaventosa e costante. In molti non capivano come si diffondesse il morbo e, tra paure collettive e superstizioni, nacque la figura dell’untore: un presunto colpevole che, si credeva, spargesse unguenti avvelenati per contagiare la popolazione. Questi unguenti, secondo il pensiero dell’epoca, erano in grado di trasmettere la malattia semplicemente toccandoli o respirandone i vapori.
Le autorità, spesso all’oscuro delle vere cause delle epidemie, reagivano con durezza. Chi veniva accusato di essere un untore rischiava processi sommari, torture e condanne crudeli. La fine degli untori era quasi sempre tragica: molti venivano torturati fino a confessare, spesso pur di porre fine al dolore, e infine giustiziati. In alcuni casi, come a Milano nel 1630, l’episodio degli untori ispirò persino un episodio famoso nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, che raccontò con grande realismo la paranoia collettiva e l’ingiustizia sociale di quei tempi.
Spesso le vittime erano emarginati, stranieri o persone considerate “diverse” dalla società. La caccia agli untori non era solo una reazione alla peste, ma anche il sintomo di un profondo malessere sociale, in cui la paura si trasformava in violenza.
Col senno di poi, sappiamo che quegli unguenti non avevano alcun potere di diffondere la peste — la malattia si trasmetteva invece attraverso i topi e le pulci. Ma allora, la verità scientifica era ancora lontana. E così, molti innocenti pagarono con la vita il bisogno di un colpevole da trovare quando il mondo sembrava crollare.
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