Ulisse nell'Inferno di Dante

Nella Divina Commedia, Dante Alighieri colloca Ulisse – noto anche come Odisseo – nel profondo dell'Inferno, nel decimo cerchio del canto XXVI dell'Inferno, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti. Qui condivide la stessa fiamma con Diomede, un altro eroe troiano. Non è una punizione per le sue imprese guerriere, ma per le sue parole: Ulisse viene punito non per aver combattuto, ma per aver ingannato.

Dante lo presenta non come il glorioso eroe dell’Odissea, ma come un uomo divorato da un’insaziabile sete di conoscenza e di gloria. Nella versione dantesca, dopo la guerra di Troia, Ulisse non torna a Itaca. Invece, spinto da un desiderio smisurato di andare oltre i limiti imposti agli uomini, parte con il suo equipaggio verso ovest, oltre le Colonne d’Ercole. Ma la sua ambizione lo porta alla rovina: la nave naufraga e lui e i suoi compagni muoiono in mare.

Questo episodio, frutto della fantasia di Dante, non ha base nei testi classici, ma serve a trasmettere un messaggio morale. Per il poeta fiorentino, il peccato di Ulisse non è la curiosità, ma il disprezzo dei doveri familiari e umani. Lascia moglie e figlio per inseguire un’idea di eroismo che sfida i confini divini. La sua colpa è l’inganno – come quando ideò il cavallo di Troia – e l’orgoglio che lo spinge a oltrepassare i limiti assegnati all’uomo.

Ulisse resta così un simbolo ambiguo: ammirabile per la forza dello spirito, ma condannato per il cuore ingannevole e ribelle. Nella visione di Dante, l’intelligenza senza umiltà conduce inevitabilmente alla perdizione.

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