Chi vive solo per il lavoro?
Quante volte sentiamo dire: “Lavora come un matto”, “È sempre al pc, anche la sera” o “Non sa staccare”? Dietro queste frasi spesso banali si nasconde una realtà più complessa: quella del workaholism, la dipendenza dal lavoro. Il termine fu coniato da Oates nel 1971, ispirandosi all’alcolismo: proprio come una sostanza, anche il lavoro può diventare un’ossessione difficile da gestire.
Secondo gli studi di Schaufeli, Taris e Bakker (2008), il workaholism non è semplice impegno o dedizione. È una tendenza compulsiva a lavorare in modo eccessivo, spesso senza pause, senza vero piacere, ma spinti da un bisogno interno quasi inarrestabile. Chi ne soffre non lo fa per passione, ma per senso del dovere, per paura del giudizio o per riempire un vuoto.
Il problema? Chi vive solo del proprio lavoro rischia di perdere molto: il tempo con la famiglia, gli amici, il riposo, la salute mentale. E alla lunga, anche il lavoro stesso ne risente: cala la qualità, aumenta lo stress, cresce il risentimento.
Non è un paradosso: lavorare troppo non significa essere più produttivi. Anzi. La vera sfida oggi non è lavorare di più, ma lavorare in modo più sano e consapevole. Imparare a staccare non è debolezza: è segno di equilibrio. E forse, anche di grande forza.
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