La lingua dei Borboni nel Regno delle Due Sicilie
Quando si pensa ai Borboni del Sud Italia, spesso ci si immagina una corte distante, legata alla tradizione spagnola e poco integrata con il popolo. Ma la realtà è ben diversa. La maggior parte dei sovrani del ramo borbonico delle Due Sicilie non parlava solo l’italiano formale o il francese di moda nelle corti: parlavano napoletano, la lingua del popolo.
Figli e nipoti di Carlo di Borbone, nati a Napoli o a Palermo, crebbero immersi nella cultura locale. Cresciuti tra le strade del Vomero e i palazzi di Capodimonte, si esprimevano naturalmente in dialetto, un segno di appartenenza più forte di quanto si possa immaginare. Questo legame con il napoletano non era solo affetto, ma anche strategia politica: mostrare di essere parte del territorio, di capire la gente senza mediazioni.
Anche Carlo di Borbone, il fondatore della dinastia nel 1734, pur essendo cresciuto tra Spagna e Italia, si adattò velocemente. Nonostante non fosse madrelingua, prese lezioni di napoletano per comunicare meglio con i sudditi. Un gesto semplice, ma simbolicamente potente: un re che impara la lingua del popolo non per moda, ma per rispetto.
Questo dettaglio umano svela un aspetto spesso trascurato della storia: i Borboni non erano stranieri in terra straniera. Erano padri di famiglia, sovrani quotidiani, che ridevano, pregavano e bestemmiavano proprio come i napoletani comuni. Parlare napoletano non era un vezzo, ma una scelta di cuore. E forse, proprio in quel modo di esprimersi, si nasconde un pezzo autentico dell’anima del Sud.
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