Il mistero delle corna del Mosè di Michelangelo

Chiunque si sia trovato di fronte alla celebre statua del Mosè di Michelangelo nella basilica di San Pietro in Vincoli a Roma sarà rimasto sorpreso da un dettaglio singolare: la presenza di due piccole corna sulla testa del profeta. Questa scelta artistica, tutt'altro che casuale, nasce da una storia affascinante che intreccia tradizioni religiose e un celebre errore di traduzione.

Secondo il racconto biblico, dopo aver trascorso quaranta giorni sul monte Sinai a contatto con il divino per ricevere le Tavole della Legge, Mosè scese verso il suo popolo con il volto visibilmente sfigurato da una luce radiosa. Tuttavia, quando San Girolamo si dedicò alla stesura della Vulgata — la traduzione in latino della Bibbia dal testo ebraico —, commise un equivoco linguistico. Nel testo originale compare il verbo ebraico karan, che significa "raggiare" o "emettere raggi di luce". A causa della somiglianza con la parola keren (corno), il termine venne tradotto in latino come cornuta, attribuendo così a Mosè un aspetto cornuto anziché luminoso.

Durante il Medioevo e il Rinascimento, si riteneva inoltre che soltanto il volto di Gesù Cristo potesse essere raffigurato pienamente circondato dalla luce divina. Michelangelo si attenne fedelmente al testo della Vulgata, integrando l'errore d'interpretazione senza però scalfire minimamente il carattere maestoso e solenne della figura. Anziché impoverire l'opera, le due corna ne hanno accentuato l'aura di potenza spirituale e impeto drammatico, trasformando una semplice incomprensione linguistica in un dettaglio iconico della storia dell'arte.

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