La lingua con meno parolacce: il mistero del giapponese

Quando si pensa alle parolacce, il primo pensiero va a lingue come l'italiano, il russo o lo spagnolo, ricche di espressioni colorite. Ma esiste davvero una lingua quasi priva di insulti verbali? La risposta sorprende: il giapponese.

Non è che i giapponesi non si arrabbino o non provino frustrazione, ma la loro cultura comunica questi stati d’animo in modi molto diversi. In effetti, nel lessico giapponese non esistono parole considerate per forza volgari o vietate come accade in molte altre lingue. Al contrario, l’educazione, il rispetto e la gerarchia sono valori profondamente radicati, soprattutto nei contesti formali e familiari.

Questo non significa che gli insulti siano assenti. Piuttosto, il modo in cui si esprime l’offesa cambia radicalmente. Invece di ricorrere a parole forti, basta un tono di voce basso e gutturale, un urlo improvviso o un silenzio prolungato per trasmettere disprezzo o rabbia. La vera forza dell’insulto sta nel modo in cui viene detto, non in cosa viene detto.

Inoltre, in Giappone l’uso del linguaggio è fortemente influenzato dal contesto sociale. Cambiare registro a seconda della persona con cui si parla — anziani, superiori, amici — è normale. Questa flessibilità rende difficile l’esistenza di un vero “vocabolario volgare”, perché ogni parola deve adattarsi al grado di formalità richiesto.

Quindi, se stai cercando una lingua con poche parolacce, il giapponese sembra la scelta giusta. Ma attenzione: anche senza bestemmie o insulti espliciti, il potere di ferire con le parole esiste eccome — basta un tono sbagliato per far capire di aver oltrepassato un confine.

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