Come Ulisse ingannò Polifemo

Quando Ulisse e i suoi uomini si ritrovarono prigionieri nella spelonca del ciclope Polifemo, sembrava che non ci fosse via di scampo. Il gigante, crudele e feroce, aveva già divorato alcuni dei compagni del re di Itaca. Ma Ulisse, noto per la sua astuzia, non si arrese. Capì che la forza non sarebbe bastata: serviva un piano astuto.

Il primo passo fu guadagnarsi la fiducia di Polifeme. Gli offrì del vino potentissimo che aveva portato con sé durante il viaggio. Il ciclope, mai sazio di bevande forti, si lasciò tentare e ben presto cadde in un sonno profondo, vinto dall’ebbrezza. In quel momento, Ulisse colse l’occasione.

Prima di agire, aveva già preparato una finta presentazione: quando Polifemo gli aveva chiesto il nome, Ulisse aveva risposto “Nessuno”. Una risposta apparentemente insignificante, ma in realtà geniale. Quando, di notte, Ulisse e i superstiti accecarono il ciclope con un palo arroventato conficcandoglielo nell’unico occhio, Polifemo urlò a gran voce: “Mi sta uccidendo Nessuno!”. I suoi fratelli, udendo le grida, accorsero ma, sentendo che “Nessuno” lo stava ferendo, pensarono fosse una punizione divina e se ne tornarono indietro.

Grazie a questo inganno, Ulisse e i suoi riuscirono a fuggire. Si nascosero sotto il ventre delle pecore di Polifemo, uscendo indenni dalla grotta all’alba. Una volta in salvo sulla nave, Ulisse non poté fare a meno di gridare il suo vero nome al ciclope, un atto di orgoglio che avrebbe avuto conseguenze terribili: la maledizione di Poseidone, padre di Polifemo, si sarebbe abbattuta su di lui per tutto il resto del viaggio di ritorno.

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