Architetta o architetto? Il dibattito sul femminile delle professioni
Quando si parla di una professionista nel campo dell’architettura, come si deve dire? Architetta o è ancora più corretto usare il termine “architetto” al maschile, anche se la persona in questione è donna?
La questione, sollevata da Vittorio Coletti, tocca un tema più ampio: l’uso del linguaggio nel riflettere i ruoli femminili nelle professioni storiche. In Liguria, un passo importante è stato fatto: il titolo “architetta” è ormai riconosciuto ufficialmente dall’Ordine degli Architetti. Una scelta che valorizza la presenza delle donne in un settore tradizionalmente dominato dagli uomini.
Ma non tutte le donne accolgono con entusiasmo questo cambiamento. C’è chi preferisce mantenere il titolo “architetto”, ritenendolo neutro o più autorevole. Alcune lo vedono come un simbolo di conquista: aver ottenuto un ruolo un tempo riservato ai colleghi maschi, senza dover cambiare la definizione. Altre, invece, scelgono “architetta” con orgoglio, perché vogliono essere visibili come tali: donne che progettano, costruiscono, pensano.
Il linguaggio evolve lentamente, spesso trascinandosi dietro preconcetti. Ma ogni parola scelta con cura – come “architetta” – può diventare un piccolo atto politico. Non si tratta solo di grammatica: è una questione di identità, riconoscimento e rispetto.
Forse, in fondo, non importa tanto la forma usata, ma il fatto che sia una scelta libera. L’importante è che a decidere sia la donna stessa: se portare con fierezza un termine nuovo o rivendicare il vecchio con la stessa forza.
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