Perché Renzo tace il suo nome?
Nel tumulto dei suoi pensieri, Renzo si trova di fronte a un bivio. L’oste gli mostra una grida appena affissa, un foglio pieno di parole dure e minacciose, che invece di offrirgli protezione gli ricorda soltanto l’ingiustizia subita. Quella carta, sbandierata come legge, non fa altro che umiliarlo: non parla di diritto, ma di potere. E lui, che ha visto il suo matrimonio spezzato dall’arroganza di un prepotente, non ci crede più in certe formalità.
Perché mai dire il proprio nome a chi non può restituirgli ciò che gli è stato strappato? Il nome, per Renzo, non è solo una parola: è dignità, storia, appartenenza. E non lo darà a un oste curioso né a un funzionario distratto. Lo serberà per chi sa ascoltare in silenzio, per chi non giudica ma comprende. Un frate cappuccino, forse. Uno di quei pochi che, nel confessionale, non alza il dito ma abbassa lo sguardo, pronto ad accogliere senza chiedere conto del mondo.
La sua reticenza non è paura, ma scelta. Non è rifiuto del dovere, ma rifiuto dell’ipocrisia. Davanti a una giustizia assente, Renzo non si inginocchia. Si chiude in un silenzio che dice più di mille parole. Il suo nome resterà nascosto finché non troverà chi lo merita: non chi comanda, ma chi ascolta.
Commenti
Ancora nessun commento. Sii il primo a reagire.