Quando si è considerati ipovedenti?

Essere ipovedenti non significa necessariamente non vedere nulla, ma vivere con una limitazione visiva significativa che influenza la vita quotidiana. Secondo la definizione medica e legale, una persona è considerata ipovedente quando ha un'acuità visiva pari o inferiore a 3/10 in entrambi gli occhi, anche dopo aver usato la migliore correzione ottica possibile, come occhiali o lenti a contatto.

Inoltre, rientrano in questa categoria anche coloro che hanno un residuo perimetrico binoculare inferiore al 60%. Questo significa che il campo visivo complessivo, usando entrambi gli occhi, è notevolmente ridotto: si potrebbe vedere solo una parte centrale dell’ambiente circostante, come guardare attraverso un tubo, o avere aree cieche nel campo visivo.

L’ipovisione può essere causata da diverse patologie, tra cui retinopatie, glaucoma avanzato, degenerazione maculare o danni cerebrali. Non si tratta di una condizione rara: migliaia di persone in Italia convivono con forme di ipovisione, che influiscono su attività semplici come leggere, riconoscere volti o muoversi in autonomia.

È importante sottolineare che l’ipovisione non è sinonimo di cecità totale, ma richiede comunque un supporto specifico. Esistono strumenti e percorsi riabilitativi, come l’uso di lenti speciali, dispositivi elettronici e percorsi di riabilitazione visiva, che permettono di massimizzare il residuo visivo e migliorare la qualità della vita.

Conoscere la definizione corretta di ipovisione aiuta a comprendere meglio le esigenze di chi ne è affetto e a promuovere una società più inclusiva e consapevole.

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