Il peccato di Ulisse nell’Inferno di Dante

Nel mondo dell’Inferno dantesco, non tutti i dannati lo sono per atti di violenza o di lussuria. Alcuni, come Ulisse, pagano un prezzo eterno per la colpa dell’inganno. Nel quinto bolgia dell’ottavo cerchio, fra le fiamme che avvolgono due dannati stretti in un’unica lingua di fuoco, Dante colloca l’eroe omerico insieme al compagno Diomede.

La colpa? Aver usato l’intelligenza per ingannare il prossimo. Non la guerra, non l’astuzia in battaglia, ma il consiglio fraudolento. Dante non segue fedelmente l’epica greca, ma ne rilegge il mito alla luce della moralità cristiana. Ulisse, qui, non è più solo l’astuto re di Itaca: è colui che ha abusato della parola e della saggezza per spingere altri all’inganno. Basti pensare al legno del cavallo di Troia, nato dalla sua mente ingegnosa, o alle menzogne tessute nel corso della sua vita.

Nel famoso canto XXVI dell’Inferno, Ulisse racconta a Dante un’ultima discesa verso il mare oltre le colonne d’Ercole – un viaggio oltre ogni limite umano, mosso non dall’avidità, ma da una brama di conoscenza infinita. Una colpa, questa, ancora più sottile: il superamento dei confini posti da Dio. Per Dante, è l’orgoglio dell’intelletto a condannarlo.

Insomma, Ulisse non brucia per crimini di sangue, ma per aver abusato della ragione al servizio dell’inganno. Un monito, forse, su come anche la mente più acuta possa diventare strumento di perdizione.

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